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«Ier sera, avanti di addormentarmi, io piansi tanto, pensando ai miei genitori!… “In quest’istante”, diceva io, “dormono tranquilli o vegliano, pensando forse con dolcezza a me, non punto presaghi del luogo ov’io sono! Oh felici, se Dio li togliesse dal mondo avanti che giunga a Torino la notizia della mia sventura! Chi darà loro la forza di sostenere questo colpo?” Una voce interna parea rispondermi: “Colui che tutti gli afflitti invocano ed amano e sentono in se stessi! Colui che dava la forza ad una Madre di seguire il figlio al Golgota, e di stare sotto la sua croce! L’Amico degli infelici, l’Amico dei mortali!” Quello fu il primo momento, che la religione trionfò nel mio cuore; ed all’amor filiale debbo questo benefizio».
Da “Le mie prigioni” di Silvio Pellico, 1832.

Soggetto della foto è un’incisione rivenuta sulle pareti murarie del carcere di Palazzo Marchesale a Melpignano. Frammenti di storia che diventano racconto, indagine, immaginazione.
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